Gli indiani Cheyenne

Storia, usanze e tradizioni dei Cheyenne

 

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Quando si parla dei pellirosse, viene subito in mente l’immagine degli indiani a cavallo che corrono veloci nella prateria all’inseguimento dei bisonti.

Questa immagine però non è del tutto esatta; la storia dei pellirosse, gli indiani d’America, comincia infatti, non nelle praterie, ma nelle regioni collinose ricche di foreste situate ai margini della prateria.

La maggior parte delle tribù pellirosse giunsero a stabilirsi nelle pianure all’incirca nello stesso tempo in cui vi mettevano piede i “visi pallidi”. La conquista delle grandi pianure fu possibile solo quando gli indiani ebbero a disposizione il cavallo che permise loro di condurre una vita nomade. Prima che gli Europei introducessero il cavallo in America, quasi tutte le tribù pellirosse avevano un modo di vita completamene diverso. I Cheyenne ancora nel 1700 erano un popolo sedentario che viveva in capanne di terra semi-interrate in quel territorio che oggi corrisponde al Minnesota; gli uomini erano dediti alla caccia, mentre le donne coltivavano gli orti. Negli anni successivi a poco a poco cominciarono a spostarsi verso le regioni di pianura, dove giunsero agli inizi dell’800. Vi arrivarono tra gli ultimi, giacché altri pellirosse conducevano vita nomade nelle praterie da almeno cento anni.

Campo di tende dei CheyenneLa loro storia come cacciatori nomadi fu abbastanza breve, meno di un centinaio d’anni, cioè fin quando non vennero completamente distrutte le mandrie di bisonti da cui gli indiani ricavavano tutto ciò che serviva alla loro esistenza.
Naturalmente il passaggio a condizioni di vita diverse portò con sé l’abbandono di molte abitudini e l’acquisizione di altre più adatte a superare le difficoltà del nuovo ambiente. Così furono abbandonate le vecchie abitazioni in terra e al loro posto si usò il tepee, che presentava il vantaggio di poter essere facilmente smontato e trasportato; anche l’abitudine di coltivare i campi fu quasi completamente accantonata.

Queste forme di solidarietà erano diffuse tra quasi tutte le tribù degli indiani delle praterie; quando i soldati, poco prima della battaglia contro Custer nel 1876, distrussero l’accampamento dei Cheyennes, questi furono ospitati dai Sioux Oglala che diedero loro in dono tutto ciò che poteva servire a sfamarli e a ricostruire l’accampamento: dai cavalli alle pelli di bisonte, dalle coperte alle pipe per fumare, anche se si era in pieno inverno, in un periodo in cui era difficile trovare animali da cacciare e quindi mostrarsi generosi costituiva, un grosso sacrificio. Nella società cheyenne esistevano abitudini matrimoniali di tipo matriarcale: un uomo che si sposava andava ad abitare nel clan della moglie, dove costruiva la sua tenda che ospitava di solito un solo nucleo familiare.Immagine di capo Cheyenne

I bambini venivano allevati e cresciuti con molta cura ma in modo che si abituassero ad essere forti e coraggiosi: fin da piccoli si esercitavano nelle attività che avrebbero dovuto svolgere da grandi: così i maschi giocavano alla guerra o alla caccia mentre le femmine imparavano i lavori domestici. Verso i dodici quattordici anni il ragazzo partecipava alla sua prima caccia al bisonte e quindi alle spedizioni di guerra. L’idea di doversi mostrare coraggioso era la principale regola di condotta per un guerriero, che affrontava i combattimenti solamente con questo scopo. Le battaglie diventavano occasioni per farsi vedere sprezzanti del pericolo e per acquistare prestigio; così ci si lanciava contro gruppi numerosi di nemici o si cavalcava senza paura in mezzo ad una grandine di pallottole. Una prova di abilità consisteva invece nel rubare i cavalli ai “visi pallidi” o a gruppi di indiani nemici come i Crow o gli Shoshoni. Gli indiani avevano infatti sempre bisogno di cavalli perché chi possedeva molti cavalli era considerato un uomo importante in quanto poteva regalarli e mostrare la sua generosità.

Un’altra qualità apprezzata dagli Indiani era la lealtà. Essi non potevano concepire che un uomo potesse mentire: per questo si trovarono completamente impreparati quando i bianchi invasero le loro terre ignorando i trattati firmati. La storia dei Cheyennes è abbastanza simile a quella degli altri indiani delle praterie. Dopo la vittoria riportata su Custer insieme coi Sioux, furono costretti anche essi ad abitare nelle riserve e ad abbandonare la vita nomade. D’altra parte non avrebbero potuto in alcun modo sopravvivere nelle praterie dove ormai non esisteva più un solo bisonte.

La vita nomade richiedeva che la tribù fosse in grado di spostarsi rapidamente e in qualsiasi momento: si doveva infatti cambiare sovente il territorio di caccia o fuggire qualche pericolo che minacciava l’accampamento. Allora per ordine dei capi un banditore girava per l’accampamento invitando le donne a smontare le tende. I Cheyennes avevano quaranta grandi capi eletti da tutta la gente, che restavano in carica dieci anni; a loro volta questi capi sceglievano quattro capi anziani come consiglieri supremi. Ogni gruppo (presso i Cheyennes del Nord ve ne érano tre: quelli dell’Alce, del Cane Pazzo e della Volpe) aveva poi un condottiero supremo e nove capi guerrieri che si occupavano dell’organizzazione dei combattimenti.

Ognuno di questi capi aveva autorità solamente per quanto riguardava il settore di sua competenza; così durante un combattimento chi comandava era il condottiero supremo, al quale doveva obbedire anche un grande capo o un anziano che per l’occasione diventavano semplici guerrieri.
Per mantenere l’ordine nell’accampamento o per svolgere determinati incarichi (sorvegliare la marcia di spostamento dell’accampamento, fare da avanguardia) i capi tribù davano incarico ai capi guerrieri di un gruppo. Tutti gli appartenenti a questo gruppo svolgevano così le attività di polizia finché non venivano sostituiti dai membri di un altro gruppo.

Anche durante la caccia al bisonte c’era un’organizzazione di questo tipo: erano tutti i guerrieri di un gruppo, designato dal capo tribù, che facevano i preparativi, mentre tutti gli altri dovevano aspettare il loro segnale per iniziare la caccia. Alcune cacce poi erano riservate solamente ad un determinato gruppo di guerrieri e nessun altro poteva parteciparvi. Per dare a tutti la possibilità di avere cibo e pelli sufficienti, i capi tribù potevano stabilire che gli animali uccisi da alcuni giovani durante una spedizione di caccia dovessero essere assegnati ad una famiglia o a individui che non erano in grado di procurarsi la selvaggina da soli. Questo per i cacciatori prescelti era un grande onore e nello stesso tempo risolveva il problema del cibo per tutti. L’abitudine di regalare parte della carne e di scambiare doni faceva si che nessuno rimanesse senza la sua parte di cibo.

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